Se il lavoratore monetizza le ferie, l’azienda risparmia le tasse.
Parola della Cassazione su un caso genovese che chiarisce una annosa questione sul tema ferie,
fruibilità, accumulo di periodi non goduti.

Cosa ha detto la Cassazione?
Che se il lavoratore monetizza, cioè si fa pagare le ferie che non è riuscito a fruire,
l’azienda può detrarre le somme dai redditi dell’impresa.
Lo spiega la Cassazione con una decisione relativa alla vertenza tra l’Agenzia delle Entrate e una società di Genova
che si era opposta alla richiesta del ministero delle Finanze di adeguare i versamenti di Irpeg e Ilor per il 1991.
Secondo il fisco l’azienda aveva sbagliato a sottrarre dai redditi d’impresa le somme versate ai dipendenti
che l’anno precedente non erano riusciti a fruire tutte le ferie spettanti.
In particolare, sosteneva l’Agenzia delle Entrate, «il diritto alle ferie è per legge irrinunciabile» e i giorni di riposo «devono essere goduti dal dipendente nello stesso anno in cui sono maturati».
Se ciò non è possibile per esigenze di servizio, era la tesi del fisco, «l’indennità per ferie non godute»,
versata al lavoratore l’anno successivo, «è un accantonamento e non un costo».
Dunque, l’azienda avrebbe dovuto anche pagarci le tasse.
I giudici della sezione tributaria della Suprema Corte, con la sentenza 871, hanno invece respinto questa interpretazione,affermando che «ai fini della determinazione del reddito d’impresa, il costo per le indennità dovute al personale per le ferie non godute» deve essere calcolato, e detratto,
«dall’esercizio d’impresa nel quale il dipendente ha maturato il diritto» a ricevere le somme.
In pratica, se il dipendente lavora molto e sostituisce le ferie con denaro contante,
l’azienda risparmia sulle tasse.